Sudan, dopo El Fasher: la piu’ grave crisi umanitaria del mondo e il silenzio che la copre

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Dal canale i24NEWS Italiano. Le citazioni dell’articolo vengono da questo video.

Il Sudan attraversa una delle fasi più critiche della sua storia contemporanea. La guerra civile, scoppiata nell’aprile 2023, ha trasformato il Paese in un teatro di scontri violenti tra le forze guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito regolare sudanese (SAF), e i paramilitari comandati da Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Forze di supporto rapido (RSF). Questa frattura interna ha generato una delle più gravi emergenze umanitarie al mondo, caratterizzata da milioni di sfollati e da una frammentazione del controllo territoriale che minaccia la stessa unità dello Stato.

La geografia del conflitto e la frammentazione del controllo statale

Attualmente, il controllo del territorio sudanese appare profondamente diviso tra le due fazioni principali. Le SAF mantengono il controllo della capitale Khartoum, oltre che del centro e dell’est del Paese. Al contrario, le RSF dominano la regione del Darfur a ovest e parte del Kordofan a sud. Questa divisione geografica non è solo una questione di occupazione militare, ma riflette una struttura di potere parallela che sta ridefinendo i confini dell’autorità statale.

L’ambasciatore Michele Salin, ex inviato svedese in Sudan, sottolinea come la situazione attuale sia caratterizzata dalla presenza di due governi distinti:

“Quando diciamo governo intendiamo le sudanese Armed Forces, l’esercito e il suo braccio civile, c’è un altro governo in Sudan, anch’esso controllato dalle Rapid Forces e anche loro hanno un governo. Quindi, purtroppo, la situazione è tale che il paese è molto diviso e secondo alcuni si sta avviando verso una spartizione.”

Secondo l’analisi di Salin, questa dualità di potere suggerisce una tendenza verso una “spartizione de facto”, paragonabile a quanto avvenuto in Libia. La capacità di unificare il Paese sembra essere compromessa dalla volontà delle parti in conflitto di ottenere una vittoria militare totale piuttosto che accettare compromessi politici.

L’assedio di El Fasher e la crisi umanitaria nel Darfur

Uno degli sviluppi più significativi degli ultimi mesi riguarda la regione del Darfur. Le RSF hanno dichiarato di aver conquistato El Fasher, nel Nord Darfur, dopo un assedio durato circa diciotto mesi. La caduta di questa città è accompagnata da gravi accuse di violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha documentato in un rapporto crimini contro l’umanità e pulizia etnica commessi dalle RSF durante la campagna per la conquista di El Fasher.

Le conseguenze umane di questi scontri sono documentate da diverse fonti. Secondo le informazioni riportate, almeno 2.000 persone sarebbero state uccise in meno di ventiquattro ore a seguito di attacchi che hanno colpito anche pazienti e personale dell’ospedale saudita di maternità. L’impatto sugli spostamenti di popolazione è stato massiccio: dall’attacco su larga scala lanciato dalle RSF contro El Fasher nell’ottobre 2025, molti civili sono fuggiti, con gli sfollati interni originari della città stimati in 1,22 milioni entro la fine dello stesso anno.

Parallelamente, la violenza si è intensificata nella regione del Kordofan, dove gli scontri tra esercito e RSF hanno portato all’assedio di El-Obeid. In quest’area, i bombardamenti con droni avvenuti tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2026 hanno causato oltre 90 civili uccisi e 142 feriti. È importante notare che queste cifre sulle vittime provengono da organizzazioni umanitarie e agenzie di stampa e non derivano da un accertamento giudiziario indipendente sul terreno. L’articolo non dispone di repliche delle RSF né delle SAF alle accuse documentate.

Il ritorno del governo a Khartoum e le sfide della ricostruzione

Recentemente, il primo ministro del Sudan Camil Idris ha annunciato il ritorno del governo nella capitale dopo quasi tre anni di esilio a Port Sudan. Sebbene questo evento sia descritto come un passo avanti per la stabilità e l’autorità statale, le sfide logistiche e strutturali rimangono immense. La capitale, che un tempo era una zona urbana funzionale, presenta oggi segni evidenti di distruzione: case demolite, servizi minimi e cimiteri improvvisati.

L’ambasciatore Michele Salin osserva che il ritorno del governo non risolve necessariamente la situazione generale del Paese:

“Beh, è un passo. Temo che non risolva molto nella situazione generale del paese, ma comunque è un passo avanti perché avere una capitale e poter iniziare a ripristinare i servizi di base per la popolazione. Penso che circa un milione di persone siano tornate a Cartum da quando è stata riconquistata dalle sudanese Armed Forces, ma non indica molto riguardo alla situazione del paese nel suo complesso.”

Le Nazioni Unite hanno stimato che saranno necessari almeno 350 milioni di dollari per riparare le infrastrutture essenziali della capitale. Salin sottolinea che la ricostruzione sarà un processo lungo, che richiederà anni e un ampio programma di assistenza internazionale, poiché gli edifici sono stati cancellati e i servizi sono attualmente inesistenti.

Il silenzio internazionale e l’impasse diplomatico

Nonostante la gravità della crisi, che ha provocato oltre 11,5 milioni di sfollati e costituisce oggi la più grave emergenza umanitaria al mondo, il Sudan sembra essere scivolato in un relativo silenzio mediatico internazionale. L’ambasciatore Salin mette in luce come l’attenzione globale sia stata assorbita da altri conflitti, citando il caso di Gaza.

Secondo Salin, il declino dell’impegno degli Stati Uniti rappresenta un fattore critico:

“Molti direbbero che considerando il potere di influenza che solo gli Stati Uniti hanno nei confronti dei paesi… senza il fortissimo impegno degli Stati Uniti non c’è nessun altro che abbia il tipo di influenza necessaria per far sì che le parti in gioco qui accettino di porre fine a questa guerra.”

L’analisi evidenzia come la mancanza di una mediazione efficace abbia portato a un vicolo cieco diplomatico. Sebbene in passato ci siano stati tentativi di mediazione, inclusi quelli promossi dall’Arabia Saudita e accettati inizialmente dagli Stati Uniti, le parti in conflitto non hanno mostrato volontà di compromesso. Il leader delle SAF, Al-Burhan, ha ripetutamente rifiutato la proposta di un cessate il fuoco di tre mesi avanzata dagli Stati Uniti e dai loro partner nel “quad” (il cosiddetto gruppo di paesi). Di contro, le RSF hanno dichiarato di accettare un cessate il fuoco unilaterale, sapendo che l’altra parte non lo aveva accettato.

In questo contesto, la dinamica attuale vede le parti impegnate a cercare una vittoria militare definitiva. Come rilevato da Salin, la mancanza di un accordo reciproco e la presenza di mercenari e altri attori interessati alimentano la prosecuzione delle ostilità, lasciando la popolazione civile in una condizione di sofferenza estrema mentre il Paese rischia una frammentazione permanente.

Fonti

I fatti citati vengono da:

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